La studentessa universitaria francese che ha scritto il libro “Miei cari studi. Studentessa, 19 anni. Lavoro alimentare: prostituta” ha aperto un caso. Dicono. Ma in realtà il caso era già aperto da anni.
Il libro in Italia è uscito agli inizi del 2008 ma io già due anni prima durante una trasmissione pomeridiana avevo ascoltato interviste fatte a studentesse di Padova (le solite interviste con il soggetto girato di spalle e la voce camuffata) in cui il tema era la prostituzione dilagante tra le fila delle studentesse. Laura D. , la studentessa che ha scritto il libro succitato, nei fatti descrive un giro nel quale lei cade e dal quale non riesce per svariati motivi (grandi introiti di denaro a dispetto di un normale lavoro di mantenimento agli studi come la classica barista o cameriera, i genitori che comunque non sarebbero riusciti a mantenerla, il suo vecchio lavoretto di telemarketing che non la aiutava a sufficienza a sostenere le spese) a tirarsi fuori facilmente.
Descrive anni da incubo.Le interviste che io invece ricordo , fatte, ripeto, due anni prima a studentesse italiane che affermavano a spalle girate di fare le “accompagnatrici” erano di sapore decisamente diverso. Parlavano di ottimi guadagni, di uomini che le contattavano molto gentili , alcuni di questi uomini erano addirittura più vecchi dei loro padri. La prestazione sessuale avveniva solo se loro, in qualità di accompagnatrici, trovavano gradevole l’uomo in questione. Riuscivano così a farsi un giro di clienti e di abituè non indifferente , con guadagni intorno ai tremila euro al mese. “Poi -dicevano-dipende dal mese”. Tutto naturalmente all’insaputa dei genitori, lontani, che immaginavano la figlia con grembiulino dietro il bancone di un bar. Tutto grazie,o quasi,alla RETE. In questo caso, non dico nulla di nuovo, la rete è uno dei luoghi privilegiati della prostituzione. Come tutte le cose di largo consumo e di massa, nella rete ci sono cose interessanti e cose discutibili. La prostituzione poi è il mestiere più vecchio del mondo , refrattaria a tutti i tentativi di “smantellamento”. Laura D. per esempio ha iniziato la sua “esperienza” proprio in rete ,guadagnando duecentocinquanta euro dalla prima prestazione. Le studentesse intervistate , alla domanda “ti senti una prostituta”, rispondevano di no. Affatto. Indossavano l’uniforme di benefattrice e affermavano “noi facciamo compagnia a uomini soli, poverini”.
Soli, ma sposati. Ovviamente. I più. C’è chi non sa neanche a chi fare “la morale”. Se alle studentesse “benefattrici” o agli uomini , già padri di famiglia , che escono con la “ragazzina”. Si forma la classica spaccatura di pensiero.
Già, difficile (lo so per esperienza personale)mantenersi agli studi, ma occorre “viaggiare” a tremila euro al mese per sopravvivere dignitosamente?
Fonte
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